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Montevarchi, 8 dicembre 2003
Carissimi,
il contenuto di questa mail è pubblicato anche nella sezione "Il Vangelo delle famiglie" del sito http://www.barnaba.tk. Sul medesimo sito è prevista una pagina chiamata "Forum", dove verranno pubblicate tutte le risonanze che ciascuno vorrà condividere con gli altri: in questo modo potremo contribuire a far crescere maggiormente la comunione tra noi.
Buon Avvento a tutti.
Enrico e Cristina con Giovanni, Francesca e Teresa Montevarchi E-mail: isarti@technet.it
II domenica di Avvento - anno liturgico C (7 dicembre 2003)
Vangelo di Luca cap 3, vv.1-6.
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1Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell'Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati 4com'è scritto nel libro del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! 5Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. 6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
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Le risonanze di una famiglia
Dio entra nella storia, è nella storia di tutti gli uomini, è nella storia della nostra famiglia!
La nostra vita, i nostri giorni hanno un senso. Non è un caso il nostro incontro, ma è inserito in un disegno. Il nostro stare insieme non è un semplice vivere in comune un succedersi di giorni, ma Dio lo trasforma in una storia, lo inserisce nella storia, gli dà un orizzonte di luce. Il nostro essere coppia è così trasformato in un cammino di salvezza e sono così sconfitti i limiti che rischiano di far cadere nell’assurdo la nostra vita. Dio entra nella nostra storia e le dona un significato. Ma dove incontrarLo, dove intuire il Suo progetto? Nel deserto, cioè nella vita interiore.
Capire quale cammino siamo chiamati a percorrere, capire fino in fondo il mistero che siamo non è facile, non è evidente, non è chiaro.
I ritmi della vita sono talmente veloci che ci sembra di essere vivi solo se facciamo tante cose, se abbiamo tanti impegni, ma così rischiamo di dimenticare la nostra interiorità che è invece fondamentale per sapere chi siamo e per dare un senso a ciò che facciamo. Questo è deserto come solitudine, aridità, smarrimento. Quante volte come coppia viviamo questo deserto: incomprensioni, stizze, incapacità di riaprirsi generosamente all’altro. In questa "terra di steppe e di frane, arida e tenebrosa", la Parola di Dio scende e chiede di CONVERTIRCI : «...fare un'inversione di rotta, tornare alla fedeltà e all’essenzialità originaria. Tornare al tempo del fidanzamento...». Il deserto così si trasforma da aridità a vita, da solitudine a incontro, da smarrimento a luogo privilegiato della vita di coppia.
Nella spiritualità matrimoniale il deserto è dare tempo alle emozioni, ricercare l’unità, aiutare la nostra memoria a ricordare, dare un nome ai sentimenti provati e soprattutto entrare in pacificazione e unificazione interiore con l’altro, in modo da essere rinnovati nelle nostre relazioni quotidiane.
Il deserto è quindi sfuggire alla superficialità e dare profondità e significato alla nostra relazione, inserendola nel disegno di salvezza di Dio.
Abitare la propria vita interiore porta alla conoscenza dei propri limiti, delle lacune che fanno parte di noi. La conoscenza delle nostre miserie è il primo passo per riempire i burroni, abbassare i monti, raddrizzare i passi tortuosi, spianare i luoghi impervi. È superare gli ostacoli per un vero incontro con l’altro.
Scoprire la nostra verità profonda ci apre a intuire la presenza divina non esteriore, ma intima nella nostra coppia. È fare Avvento: prepararsi ad accogliere Gesù.
Fare deserto come coppia è un impegno faticoso. Il poeta Rainer Maria Rilke così scrive ad un giovane amico: «Prendere l’amore sul serio, soffrirlo, impararlo come un lavoro. La gente ha frainteso il posto dell’amore nella vita: ne ha fatto un gioco e un divertimento, perché scorgono nel gioco e nel divertimento una felicità maggiore che nel lavoro; ma non esiste felicità più grande del lavoro, e l’amore, per il fatto stesso di essere l’estrema felicità, non può essere altro che lavoro. Chi ama deve cercare di comportarsi come se fosse di fronte a un grande compito...»
Iole e Giovanni
Commento biblico
Indubbiamente Dio è l'autore della bellezza (Sap 13,3) se inventa un tale preludio per la venuta del suo amato Figlio sulla terra! Ogni opera del Signore descritta dalla sua Parola è preparata, adempiuta e conclusa con dovizia e cura nei particolari. 'Sembra' che Lui sia già a conoscenza con largo anticipo di tutte le tecniche sofisticate conosciute oggi per produrre kolossal ricchi di colori e di effetti speciali. Ogni tanto sbucano fuori personaggi, come in questo caso Giovanni, che di per sé non servono immediatamente all'azione che si deve compiere (l'incarnazione di Dio), però sono finalizzati a rendere ancora più splendente l'avvenimento principale. Allora, quando tu ti imbatti in questi soggetti, inizialmente ti chiedi che c'entrano, poi invece ti rendi conto che il quadro sarebbe stato troppo scarno, scialbo, privo di fantasia e di creatività. Cosa che non si addice all'Autore della bellezza. Inoltre prendi coscienza che quel personaggio in qualcosa ti assomiglia e ti attrae. Infine capisci che non si potrebbe fare a meno di lui e che, soprattutto, tu ne hai bisogno per entrare e vivere la vicenda del protagonista: Dio che si incarna per la prima e l'unica volta nella storia.
Giovanni, che ci accompagnerà in tutte e tre le domeniche che precedono il Natale, esprime per tutti noi che cosa significa attendere e prepararsi alla manifestazione del Messia, già presente in mezzo ai suoi, ma ancora nascosto.
Il vangelo di oggi ci descrive la chiamata di Giovanni al suo ministero profetico, la sua 'definizione' alla luce della Parola di Dio. Nella prossima domenica vedremo il cuore del suo messaggio. Nella quarta domenica di Avvento vedremo il profetico (e poetico!) incontro tra le due madri, del Messia e del suo Precursore.
Spiegazione del brano
1Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell'Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.
Quando ci troviamo di fronte a queste ambientazioni nel vangelo di Luca (cf. 1,5; 2,1-2) non dobbiamo dimenticare che lui si presenta, nel prologo del suo scritto, esplicitamente come uno storico (oggi diremmo meglio storiografo). Quindi si pone come obiettivo quello di rendere edotti i suoi lettori sul fatto che Dio si è veramente incarnato. Non sta scrivendo una favola, né raccontando un mito. Egli vuole testimoniare, dopo aver fatto accurate ricerche su ogni circostanza (Lc 1,3) che Dio ha mandato sulla terra il suo Verbo, nato da una vergine, per opera dello Spirito Santo. Gesù è veramente nato, da uomo vero in un certo luogo (piccolo e insignificante) in un dato momento della storia, quando governavano uomini precisi e concreti.
Il soggetto dei due versetti sopraccitati non è Tiberio Cesare, né Ponzio Pilato o Erode, né i sommi sacerdoti Anna e Caifa, ma la Parola di Dio. Se vediamo le cose dalla sua prospettiva, cioè dall'alto, sembra quasi che essa sorvoli tutti i luoghi abitati dai grandi del tempo, senza trovare dove posarsi. Passa sopra il palazzo imperiale, quello del governatore e quello dei vassalli della zona; visita persino il tempio, ma nessuno la attendeva, né aveva tenuto del suo probabile arrivo. Anzi ci si augurava proprio che non arrivasse. Cesare, Erode, Caifa sapevano portare avanti la storia. Dio aveva già fatto la sua parte creando l'universo. A tutto il resto, ora, pensavano loro. Già in quel tempo in certi luoghi non c'era posto per Dio! Perciò la Parola, silenziosamente, si dirige verso il deserto. E lì trova un uomo solitario che, dimentico della stirpe sacerdotale a cui appartiene per nascita, sprezzante degli agi e delle ricchezze, nonché delle cariche onorifiche e dei posti di prestigio, se ne sta in una terra di steppe e di frane, arida e tenebrosa, in una terra che nessuno attraversa e dove nessuno dimora (cf. Ger 2,6). Questi è l'unico personaggio non anonimo che Gesù nel vangelo esplicitamente loderà (Lc 7,24-30). Una lode non richiesta dall'interessato, di cui lui rimane, probabilmente per sempre, ignaro: "… più che un profeta…Tra gli uomini nessuno è più grande di Giovanni". Giovanni, figlio di Zaccaria.
Il nome. Nel Siracide si dice di Mosè: "il suo ricordo è benedizione" (45,1). Anche di Giovanni sarebbe il caso di affermarlo. Il suo nome (Jehohanan, in ebraico) contiene il nome di JHWH (Jeho) e significa JHWH è favorevole. Venne chiamato così al momento in cui lo stesso angelo, che annuncerà la nascita di Gesù, Gabriele, ne predice il concepimento miracoloso dal grembo sterile di Elisabetta. Dal grembo dell'Antica Alleanza sorge il Precursore del Messia. Il popolo ebraico, pur essendo popolo eletto, depositario delle promesse di Dio, non avrebbe potuto dare alla luce il nuovo Germoglio se non ci fosse stato un intervento diretto di Dio. Il passaggio dal tempo della disgrazia a quello della grazia non poteva avvenire naturalmente, come il grembo sterile non può spontaneamente dare alla luce una nuova vita. Giovanni prefigura in sé il passaggio, ma è anche l'anticipazione, l'assaggio del tempo della grazia. Con lui JHWH comincia già ad essere favorevole. Giovanni vedrà davanti ai suoi occhi aprirsi i cieli e scendere lo Spirito di Dio su Gesù (cf. Lc 3,21-22). Il tempo del silenzio di Dio era finito. Nel vangelo della domenica scorsa avevamo ricordato che da alcuni secoli si attendeva una parola profetica che continuasse la storia della salvezza. Tra poco quella Parola nuova e definitiva, carica di Spirito Santo si farà di nuovo sentire. E il primo testimone che il cielo si era nuovamente e definitivamente aperto per gli uomini sarà proprio Giovanni. Lui è il primo testimone dell'Agnello.
Anche il nome del padre Zaccaria non sembra casuale: JHWH si è ricordato. Infatti Gabriele sarà mandato da Dio per informarlo che Egli si era ricordato delle sue preghiere e le aveva esaudite. Zaccaria attendeva un figlio o il Messia, come ogni pio israelita? Qual è stata la preghiera di Zaccaria che Dio aveva esaudito? La fine della sua sterilità o la fine della sterilità d'Israele?
«La parola di Dio scese su Giovanni». Il verbo greco si potrebbe tradurre in modo più plastico e incisivo: fu sopra… o cadde su…. Qualcosa piomba giù dal cielo come una meteora, cade di peso. Infatti nell'antico testamento l'oracolo profetico era chiamato anche «peso del Signore», proprio per la sua carica irresistibile, per l'impulso che provocava, la spinta, la costrizione a parlare cf. Ger 23,33ss.). Sempre in Geremia, il Signore dice: «La mia parola non è forse come il fuoco... e come un martello che spacca la roccia?» (23,29). Dunque la Parola del Signore non si presenta a Giovanni con discrezione, né sussurrata; non come una brezza leggera e ristoratrice. È una Parola che grida e fa gridare. Tanto che siamo abituati a pensare a Giovanni come ad uno che sbraita continuamente. Dai testi sembra proprio presentarsi così. Egli infatti è portatore di un messaggio di rottura. Deve forzare, spingere il popolo ad un passaggio dal Vecchio al Nuovo che sta giungendo. Deve preparare il popolo ad accogliere una nuova mentalità, un nuovo modo di vivere. Per questo esorta ad immergersi nell'acqua e a rinunciare alle vecchie opere della carne. Bisogna buttar fuori il vecchiume, i mobili tarlati, le carabattole, le ragnatele e le muffe a cui siamo tanto attaccati, dare una bella ripulita per far spazio al nuovo che sta arrivando.
Questo 'lavoro' di pulizia interiore, Giovanni già l'aveva fatta per se stesso. Infatti si era ritirato nel deserto. C'è voluto un bel coraggio per fare questo. Essendo di stirpe sacerdotale (Aronne: Lc 1,5) il suo destino era già segnato: doveva sposarsi «in casa», con una donna della stessa tribù e fare il sacerdote come suo padre. Ma «il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele» (Lc 1,80). Mentre Gesù a Nazaret cresceva in età e grazia davanti a Dio e agli uomini, ma stava sottomesso a Maria e Giuseppe (cf. Lc 1,51-52), Giovanni esce dal grembo rassicurante della famiglia e va nel deserto, manifestando così di essere un profeta di rottura. Nel deserto si va, secondo la Bibbia, quando si vuole tornare all'amore di prima, quando si vuole rivivere l'esperienza dell'Alleanza che è stata appesantita dalle nostre infedeltà (cf. Ger 2,2; Os 2,16; Ap 2,4); in altre parole, quando ci si vuole convertire, fare un'inversione di rotta, tornare indietro, nel senso di tornare alla fedeltà e all'essenzialità originaria. Tornare al tempo del fidanzamento, in linguaggio biblico-matrimoniale.
La Parola di Dio cadde su Giovanni con tutto il suo peso. Come mai non era riuscita a cadere sulla testa di Cesare o di Erode? Perché essa non cade sulla testa, come vorremmo noi, ma sul cuore. Quando qualcuno la ignora o la rifiuta, Lei, educatamente, se ne va (Mt 10,14). Ma quando qualcuno la accoglie senza riserve, essa fa sentire, sperimentare tutta la sua potenza trasformante. Essa cambia l'identità della persona. Giovanni cambia nome. D'ora in poi egli sarà conosciuto e si presenterà come Voce di uno che grida nel deserto: preparate le via del Signore (Gv 1,23).
Anche in passato Israele aveva avuto profeti che, chiamati ad essere portavoce di Dio, facevano gesti profetici molto forti, vivendo nella propria carne ciò che annunciavano (Es.: Geremia non si sposa (Ger 16,1-2); a Ezechiele muore improvvisamente l'amatissima sposa e lui non può neanche piangere e far lutto (Ez 24,15-17); Osea sposa una prostituta (Os 1,2). Con Giovanni ci troviamo di fronte ad un uomo che vive di attesa e, quando arriva la rivelazione sperata, cambia di identità radicalmente diventando una Parola di Dio, quella di Is 40,3-4. Da allora egli non è più Giovanni, figlio del sacerdote Zaccaria, ma Voce gridante. Non è più fermo e in preghiera nel deserto, ma:
«percorse tutta la regione del Giordano predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». Egli parlerà anche del Messia che sta arrivando, ma il titolo della sua predicazione è: «battesimo di conversione, per il perdono dei peccati». Bisogna immergersi nella conversione. Decidere di cambiare mentalità, di lasciare il vecchio modo di pensare e di agire non basta. E' necessario manifestarlo esternamente. Come? Con un gesto: farsi immergere nell'acqua del Giordano da Giovanni. Nella Bibbia l'importanza dell'adesione interiore è indiscussa. Ma lo è altrettanto l'espressione esterna. S.Paolo lo insegnerà esplicitamente: Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza (Rm 10,9-10). Nel caso di Giovanni, l'insegnamento è: non basta decidere di convertirsi, bisogna anche manifestarlo esternamente, facendosi battezzare e compiendo opere degne, adeguate alla conversione. Ma questo lo vedremo meglio nella prossima puntata. Ora atteniamoci al battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Giovanni precisa pure che questo battesimo ha scopo preparatorio:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sia riempito,
ogni monte e ogni colle sia abbassato;
i passi tortuosi siano diritti;
i luoghi impervi spianati.
Quando si attendeva la visita di un personaggio molto importante, es. un re o un imperatore, si usava dare un'assestata alle strade. L'impresa richiedeva molta fatica e grandi lavori perché si era in luoghi desertici, quindi le dune di sabbia facilmente coprivano le strade e dall'altra parte si potevano produrre fossati e dovunque il terreno era molto dissestato. Non so se gli stradini di allora erano più efficienti di quelli di adesso, comunque il profeta Isaia prima e Giovanni poi, prendono questa situazione come metafora di ciò che di lì a poco sarebbe accaduto: Dio veniva a visitare gli uomini con la sua salvezza
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
Affinché ognuno potesse vedere la salvezza di Dio, cioè riceverla ed essere salvato, era necessario improvvisarsi stradini spirituali, seguendo le direttive del comune,… volevo dire di Giovanni. È necessario appianare i sentieri tortuosi dei nostri cuori e farli tornare ad essere vie diritte. Togliere le montuosità delle nostre resistenze e cecità; riempire i burroni delle nostre fragilità, miserie e bassezze.
Conclusione
Prepariamo, dunque i nostri cuori attraverso dei momenti di deserto, di silenzio ed esaminiamo tutte le asperità che sono presenti nei nostri cuori. Che non succeda come a Cesare e compagni che, passando la Parola accanto a noi, non trovi spazio nei nostri cuori e se ne vada in cerca di luoghi più accoglienti.
Lasciamoci trasformare dalla Parola, come Giovanni, che non ha avuto paura di perdere la sua identità accogliendo di essere plasmato dalla Parola di Dio.
Se noi saremo un sentiero diritto orientato verso Gesù, anche gli altri avranno meno difficoltà a vedere la salvezza di Dio e ad accoglierla.
Enrico e Cristina Sarti con Giovanni, Francesca e Teresa Via Pestello Alto, 45 - 52025 - Montevarchi Tel. 055.982662 E-mail: isarti@technet.it
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